Quelli come noi.

Ho paura di riprendere a scrivere quello che mi passa per la mente in questo momento. Non scrivevo da un bel po’ perché i primi mesi di questo 2019 sono stati una sorta di viaggio all’inferno, e il bello è che nessuno ci aveva comprato il biglietto del ritorno, quindi tornare indietro e trovare un posto in cui ci fosse un po’ di luce non è stato semplice.

Certe cose sono difficili da raccontare, certe volte le metti in un angolino e aspetti che il tempo accumuli un po’ di esperienze che coprano leggermente l’odore che hanno i brutti ricordi. Ma è difficile dimenticare, dimenticare il modo in cui ti sei sentito quando nelle stanze di casa tua, alle strade, alle panchine, persino ai vestiti, rimangono attaccate le lacrime che hai versato, e pure un po’ di speranza, quella dei disperati che credono sempre, in fondo al cuore, che le cose si risolveranno.

In questi mesi ho fatto del mio meglio per rimanere concentrata sulle cose da fare, e non mi sono fermata un attimo, anche se avrei solo voluto mollare la presa e urlare che non era giusto caricare una persona di tutte queste responsabilità, e da quando le cose sono cambiate non ci ho pensato più. Mi sono detta “Marialuì, non ci pensare, metti da parte, poi farà meno male, poi cambierà ancora”, ma non è che sia tanto diverso ora. Fa male come all’inizio, solo che probabilmente poi diventi solo più forte, e lo sopporti un po’ meglio.

Spero di non urtare la sensibilità di nessuno scrivendo ciò che sto pensando, ma non posso più nascondere la polvere sotto il tappeto, voglio spazzare via tutto quello che mi sono tenuta dentro in attesa di questa resa dei conti con me stessa, perché se non butti fuori certe cose poi vincono loro, e scriverle è l’unica medicina doloris che abbia a disposizione.

All’inizio del mese di gennaio, il papà della mia migliore amica, e sorella, e unica persona al mondo di cui mi importi più di me stessa, è venuto a mancare. Quando ho capito come sarebbe andata a finire ero proprio nello stesso studio da cui sto scrivendo adesso, avevo i libri di latino davanti ed ero pietrificata. Tutto quello che ho fatto da quel momento è stato stare ai margini di un dolore che non posso comprendere, né impedire, per questo ho scelto il silenzio. Ma ogni volta in cui inizio a pensare a come deve essersi sentita Cri, ogni volta in cui inizio vagamente a mettermi nei suoi panni, al modo in cui si sente tutti i giorni, poi mi fermo perché mi manca il respiro e perché questo dolore qui non lo posso sopportare, è troppo grande, ma soprattutto non è il mio.

Però ci sono dei giorni in cui credo che il vero insulto sia scegliere di star zitti quando si sente il bisogno di esternare qualcosa che in tutta la sua tragicità potrebbe anche risultare positivo. Tipo oggi, che mi sono obbligata a riaprire delle ferite che nemmeno erano rimarginate per immergerle in acqua e sale affinché bruciassero. Certe volte mi sembra che sia successo solo ieri, e che gli anni che sono passati prima che succedesse fossero solo mesi, e le sensazioni ancora calde, come il sangue appena donato raccolto in quei sacchetti di plastica che fanno su e giù. E la cosa ancora più assurda è che quando qualcuno fa il suo saluto a questo mondo, tu ti ricordi l’ultima volta in cui hai incontrato quella persona. Anche se mentre succedeva non ci facevi caso.

Il dolore è una cosa privata, del dolore si deve parlare per sfondare i muri, del dolore non si deve parlare mai. Così ripetutamente nella mia testa ho alternato la paura di far fluire queste sensazioni, al coraggio di liberarmene una volta per tutte. Del dolore non si deve parlare, e così non ne parlavo, del dolore si deve parlare per sfondare i muri, e così mi sono messa a scrivere del mio proprio su questo stupido blog che non legge nessuno.

E i muri di casa mia hanno parlato per me, le panchine su cui mi sono seduta mentre parlavo al telefono con gli amici lontani per ripetere “ancora no, per adesso non prendere alcun biglietto, non è ancora il tempo”, l’impassibilità nell’essere la portavoce diretta della cosa peggiore da dire a chiunque si conosca, il sangue freddo nel rispettare il dolore che non potevo toccare ma solo guardare da lontano, le notti insonni, gli esami saltati, i biglietti d’aereo buttati, i messaggi mandati alla persona sbagliata, il silenzio assordante che fanno le cose che finiscono, le giornate a raccogliere il cibo e le bevande mentre la gente faceva la sua sfilata di facciata senza sosta, privando i diretti interessati del loro ultimo focolare famigliare, quelli che ti guardavano come se non c’entrassi niente lì, ché quelli come noi hanno sempre un piede in una pozzanghera, per ricordarsi quella sensazione fastidiosa che comporta il dover camminare con i piedi bagnati, che la tristezza è come portare dei calzini sporchi ad un pranzo di gala, ti fa sentire inopportuno e giudicato fino a quando, dopo essere stato etichettato come fenomeno da baraccone non inizi ad essere ignorato.

Ma tu stai sempre all’erta, e appena capti un po’ di vibrazioni negative, tiri fuori la lingua affinché qualche lacrima ti cada proprio sulle papille gustative, affinché tu possa assaggiare di nuovo quella stessa sensazione che ti porti dentro sempre sopita, quiescente, inascoltata e fastidiosa.

E così si crea una catena, un circolo vizioso e tutte le cose che guardi sembrano avere il filtro drammatico, toni freddi. I volti si spengono e ti rifugi nei posti in cui non possono trovarti le cose brutte che sono successe, mentre le persone ipocritamente si stupiscono delle altre che continuano ad accadere e sembrano dimenticarsi di quelle accadute. Quelle accadute proprio alle persone a cui vuoi bene. Così a poco a poco la tristezza si trasforma in rabbia nei confronti di quelli che non hanno il coraggio di capire per cosa vale la pena vivere quando tutto intorno è morto; e le persone che non cambiano col tempo diventano erbacce che il sole, il freddo, il caldo, seccano senza mai ucciderle completamente.

Allora tu per non rischiare di diventare un’erbaccia ti ci tuffi in quella pozza di sofferenza in cui rischiavi di annegare ed è come il primo bagno all’inizio dell’estate, l’acqua è ancora fredda, e fai fatica ad entrare fino a quando non ti prendere uno slancio di strafottenza e ti immergi. Per un momento, solo per un momento, ti manca il respiro, e tutti i muscoli si contraggono, non hai chiara percezione, ma subito dopo cominci a respirare rumorosamente, come se avessi un blocco di cemento proprio sul petto, e poco dopo cominci a muovere le gambe per non andare a fondo, e di nuovo la temperatura del tuo corpo comincia a stabilizzarsi e le cose che sono successe, i treni persi, le persone che se ne sono andate, non sono più un incubo, ma solo il presente, e poi quando la temperatura del corpo si stabilizza diventano il passato, e tu puoi attraversare quell’oceano infernale di acque nere, fino a quando la luce non viene riflessa sulla superficie dell’acqua e finalmente i fondali si illuminano e cambiano colore.

L’oceano è scuro perché è tanto profondo, e quelli come noi hanno rischiato di affondare spesso perché non volevano stare a galla. Infatti è molto più facile aver bisogno di qualcosa che scegliere di volerla, e qualche volta hai solo bisogno di bere un po’ di acqua prima di renderti conto che stai andando alla deriva.

Ma ogni volta che ci avviciniamo al sole, e le giornate si allungano, si fanno calde ed afose, e ci spingono a spogliarci di tutti questi mantelli di lana sotto cui abbiamo nascosto le nostre più grosse paure e a buttarci. 

-Salta!

Ma tu hai timore di poter ferire i sentimenti sbagliati, o che qualcuno ferisca i tuoi non comprendendo che quelli come noi non vogliono mai niente in cambio, se non provare a stare bene, e a liberarsi del peso del mondo sulle spalle.

-Salta!

E inizi a pensare a quanto sarà fredda l’acqua, se sopravviverai all’impatto, da quanto tempo hai buttato giù l’ultimo boccone, a come si fa per evitare una congestione, a quella volta che tuo padre ti ha insegnato come nuotare, a tutte le volte in cui gli hai stretto la mano, e a quanto è difficile chiamare le cose con il proprio nome. A dire morte e non lasciar per scontato il dolore che c’è dietro, a come ci si sente a dimenticare una voce, a come si fa a raccogliere le forze per andare avanti, a quanto faranno male le gambe quando smetterai di correre, a tutte le volte in cui non ci hai fatto caso, a quando hai pensato che sarebbe stato meglio saperlo per evitare di sprecare il tuo tempo.

-Salta!

Così ti rendi conto che la via che devi seguire tu non è quella che prevede di allontanare tutto e smettere di pensarci, tu ci pensi così forte e poi ti cali nei tuoi incubi peggiori dalla testa ai piedi, e li vinci solo guardandoli dritto negli occhi. Qualche volta ti accorgi che l’unico modo per lasciare andare è toccare.

La luce si vede esattamente nell’attimo prima di perdere le speranze, tu rimani agganciato e quando il tempo passa, i ricordi diventano nostalgia e hanno il profumo delle lenzuola stese al sole, piano la nostalgia diventa malinconia, e quando arriva la tristezza tu piangi, piangi dove nessuno può vederti, e dopo aver esaurito tutte le lacrime finalmente salti.

Scendere a compromessi con la brutalità della vita assomigli a un po’ a quello di cui parlava Mario Luzi nel Libro di Ipazia, “C’è tutta l’enorme distesa del diverso, del brutale, del violento, contrario alla geometria del tuo pensiero, che devi veramente intendere.”.

E non basta una vita intera per capire come affrontare i propri mostri senza farsi altri tagli, solo che tutte le volte in cui una cosa brutta succede, tu puoi scegliere da che parte stare. Tu puoi scegliere il tipo di persona che diventerai dopo il terremoto. E l’unica cosa che ho imparato è che quando fai il bene non ti torna indietro niente, ma tu diventi una persona migliore. Talvolta questo percorso è molto tormentato, e tortuoso anche, qualcuno direbbe che questa è semplicemente la vita, e c’è chi pur di non fare questo salto dentro se stesso e ciò che realmente prova, pur di prevenire ogni possibile sofferenza, cancella ogni sera le parole, le frasi, le esperienze, e spesso passa al contrattacco ferendo senza ritegno la gente che ci tiene, perché se giochi in attacco prima o poi allontani ogni minaccia. Ma le persone che amiamo sono un’arma a doppio taglio, a volte prendono una strada che tu non puoi percorrere, però quelle che rimangono dove ancora possiamo vederle, secondo me non bisognerebbe lasciarle andare solo perché pensiamo di sapere tutto ciò che c’è da sapere su come vanno le cose. O perché abbiamo paura.

La vita è un groviglio di merda, e quelli come noi lo sanno, ma passare ogni singolo giorno a punire se stessi e punire gli altri per quello che non si ha, o per quello che è andato via per sempre, è il modo peggiore per rovinare una possibilità. E la vita oltre che un groviglio di merda è un groviglio di possibilità. E poi io sono una di quelli che banalmente credono nel fatto che le persone che amiamo non vanno mai via davvero, perché come ho già detto, quando succede una cosa molto brutta, possiamo scegliere chi saremo quando la tempesta si placherà. E scegliendo di essere un po’ più come loro, va a finire che diventiamo chiunque riusciamo ad amare. (Cfr. Heidegger).

Ho visto e sentito tante cose che non avrei né voluto vedere, né sentire, però poi alla fine mi hanno messo questo anello-fardello al collo, e l’unica cosa che mi era concessa era liberarmene o lasciarmi uccidere lentamente dal suo peso. Così in questi mesi ho camminato lentamente fino a Mordor, e oggi finalmente le aquile mi hanno trovato.

E anche se non fa meno male, quelli come noi imparano che il ruolo delle persone tristi non ci appartiene, il Signor Mannarino, o meglio il Signor Menarini, non sarebbe d’accordo, e neanche la Rimbamband mentre si gode il suo buon gelato al mandarino. E io poi Gaetano me lo ricordo mentre sorride, e se devo scegliere che genere di persona essere dopo la tempesta, dopo le cose brutte, io voglio scegliere di essere una di quelle che sorride, sono stanca di essere una persona triste.

Quelli come noi alla fine saltano sempre, anche da soli.

Quelli come noi hanno sempre paura, ma alla fine combattono.

Quelli come noi collezionano un sacco di fallimenti, però poi alla fine qualcosa la vincono. Qualche volta è imparare una lezione, altre semplicemente ricominciare dal punto esatto in cui le cose si erano interrotte.

Mio padre una volta mi ha detto che al mondo esistono solo due tipi di persone, i costruttori e i distruttori, ma pensandoci dipende sempre da cosa costruisci e cosa distruggi, talvolta spezzare le catene può essere un buon modo per cominciare a costruire un nuovo inizio, o semplicemente la seconda parte della storia, che suona molto meglio, il momento in cui compare l’arcobaleno e pian piano la pioggia si dirada.

La speranza ha l’odore dell’asfalto bagnato, perché non assomiglia al momento in cui esce il sole, ma solo all’attimo in cui non hai più bisogno dell’ombrello.

Avevo detto che ci saremmo visti fuori dall’abisso, e ho appena rimesso la testa fuori, ma quelli come noi lo sanno che bisogna sempre stare con un piede in una pozzanghera, per essere preparati a ciò che verrà, che poi la tristezza è come indossare dei calzini sporchi ad una cena di gala, spesso basta togliere i calzini, altre volte bisogna solo cambiare festa.

Quelli come noi usano il dolore per sfondare i muri dietro cui sono rimasti intrappolati, e solo questo è il caso in cui è consentito distruggere, solo per vedere come si sta dall’altra parte.

Quindi, ci vediamo dall’altra parte.

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2 pensieri riguardo “Quelli come noi.

  1. Letto tutto. Mi piacerebbe vederti attraversare questo dolore e raccontare che Maria Luisa è diventata forte, sei su quella strada. Continua a scrivere sul blog, sei necessaria per condividere quegli abbracci che mancano. 💟

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