ZETA: Zosteria (Parte II).

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Come si fa ad imitare un suono? Mi vergogno. Ti sento da lontano e non ti vedo mai, ti sento da lontano e ti vorrei imitare ma sei su quell’altra lunghezza d’onda e non capisci che non c’è praticamente più tempo per dare un nome ai suoni, e non possiamo fare neanche i comici con i versi sbagliati degli altri. Ma mi metto con le gambe che quasi pendono dallo scoglio e ho paura di cadere, e ho paura di rimanere, ma non posso né cadere, né rimanere. Secondo me le parole sono come le melodie, tu ti fermi un attimo e cominci a mettere su un suono orecchiabile, però le canzoni non sono come le poesie, perché certe volte devi prolungare le sillabe e prolungare il dolore, e renderti conto di quello che stai comunicando e accettare tutto il pacchetto, accettare tutto il disastro, non avere possibilità di rimediare, non avere possibilità di ricostruire, perché tanto tutto quello che hai fatto prima, ti ha identificato.

Non cambiamo mai per davvero, pure con le spalle contro il cielo, con le spalle contro il mare, contro il sale, contro il male. Non siamo diversi. Gli errori che facciamo sono il vincolo che mettiamo alle nostre possibilità, e li reiteriamo come fanno i verbi incoativi con le azioni. Sempre uguali a noi stessi, sempre uguali ai nostri errori, sempre con le dita a grattare la roccia ruvida della nostra incapacità di ricapitolare le vite che ci siamo persi. Fino a quando non ci spezziamo le unghie sulle parole irripetibili.

Ma come si uccide un orizzonte che non ha il sole? Come si cancella una frase senza lettere? E quando arriva la fine del mondo?

Dimmi che è la fine del mondo, che per me era finita già prima, con tutti questi bruchi che diventano farfalle intorno a me, e io a guardare, io larva in mezzo ad ali colorate. Loro vivono solo un giorno, libere e fiere, io mi nascondo al buio e la luce non la vedo. Lo so che dico sempre che da qualche parte dovrei ricominciare, e mi piacerebbe riconoscere almeno un suono nel coro dell’alba. Vorrei poter zirlare assieme al merlo, e chioccolare prima del pettirosso, mi piacerebbe imitare il cinguettio della capinera, e il chioccolio del fringuello che si lega al cinguettio del passero, il ritardatario, proprio come me. Che Zosteria è un po’ un passero solitario alla ricerca di attenzioni, e sta in fondo alla fila dei prescelti. Come la zeta che è l’ultima lettera di tutti gli alfabeti. Nel senso che scelgono sempre qualcuno prima di me, e io al limite posso fare il pagliaccio che imita i versi degli animali, ma ziiiiiirlare e chiooooocccolare per cinguettaaaare e poi urlare, urlare ziii, e chiooochiooo, o urlare chiiiiùùù o zììì, e sputare fuori quest’odio severo nei confronti dell’umanità, perché avete rotto il cazzo! Ziii e basta con i falsi registri che tenete dei vostri successi, da scaricare nell’archivio delle memorie putrefatte; Chiòchiò  per tutte le volte muovete solo passi nei confronti delle possibilità infrante, zichiò perché sapete inventare solo banali sogni spenti, che prendono la forma dei serpenti, facce sfatte, denti segnati, bocche chiuse, pugni stretti, maledetti! Fame nervosa, corse insignificanti, e insignificante pure io, non necessaria e sostituibile, pedinata e pedante. Menefreghista e distrutta, sempre ferma a quella volta in cui mi hai guardato negli occhi e te ne sei andata. Che una persona sola l’avevo amata veramente, ma mi hanno detto come amare e chi amare, quando amare e perché amare, così ho deciso che distruggere tutto sarebbe stata una valida alternativa a questa patetica imitazione di legami che chiamate affetto, a questo spreco di tempo che chiamate amore protetto.

Le onde del mare sono più forti degli scogli, perché le carezze fanno più male degli schiaffi, e pure questa volta mi avete spezzato la gabbia toracica. Ma dentro non c’era niente, che se il cuore è un animale, il mio è morto perché mangiava chili di parole, bugie, e sale.

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