Dolore infectum.

I tasti premuti producono un suono sempre diverso. Perché l’intensità con cui pigi non è controllabile inizialmente. Soprattutto quando non hai trovato il tuo ritmo, è impossibile produrre un suono sempre uguale a se stesso. Il dolore funziona più o meno così. Rimane a volte sopito, a volte fa un gran baccano, altre invece vorrebbe essere lasciato in pace, e in silenzio. Non conta i minuti, si trattiene con i secondi, e invidia la loro capacità di scandire il tempo sempre allo stesso modo. Mai  un errore, mai esitazione, mai quel senso di smarrimento. E soprattutto, mai una pausa.

Continuano inesorabili la loro maratona verso il futuro e non c’è un solo evento catastrofico che possa convincerli a bloccarsi. Anche quando l’orologio non li segna, scorrono e non si capisce esattamente dove vadano. Futuro è una parola particolare. Corrisponde al participio futuro del verbo sum in latino, che a onor del vero cambia sempre radice a seconda del tempo verbale a cui si fa riferimento. Sum ed es, per ricordare i tempi dell’Infectum, fui per declinare quelli del Perfectum, e poi esse, che è solo un Infinito e rimane immobile, quasi pietrificato. Da fui, arriviamo al participio futuro, futurum. Di fatto in italiano il corrispondente verbale non ce l’abbiamo, ma è assolutamente singolare il modo in cui viene tradotto. Futurus, a, um, è ciò che sarà. Le nostre azioni future sono strettamente correlate al principe di tutti i verbi, il verbo essere, e quindi anche a una concezione filosofica abbastanza marcata e trattata: essere è “ciò che esiste nel suo significato più astratto, al di là di ogni determinazione di spazio e tempo”; essere in effetti è la pura essenza, depurata da ogni legame con il presente, il futuro e il passato.

Il fatto che ci sia una così stretta correlazione tra l’essenza e una parola che adoperiamo spessissimo, con paura, speranza, rabbia, angoscia, è particolarmente terrificante, nel senso di meraviglioso. Come la filosofia che nasce da thauma, che è il terrore meravigliante, una cosa che ci fa paura e ci incuriosisce. Il futuro è thauma, ed esistere è thauma, perché non sappiamo come comportarci, e semplicemente ci piombiamo dentro senza averlo chiesto. Il dolore a volte può essere thauma, e può essere declinato al participio futuro, assume il significato dell’imminenza, se isolato dal contesto, è proprio di tutte quelle cose che sono sul punto di essere realizzate. Il futuro è un esistere che non ha trovato il suo compimento pieno, ma che è sul punto di diventare. Il dolore futuro è la paura che abbiamo di reiterare un’azione sporgente, che assomiglia al tuffatore che si affaccia per valutare l’altezza e i centimetri che si frappongono tra il suo corpo e il mare e non trova il coraggio di saltare. Ne abbiamo paura perché temiamo di rimanere bloccati sempre sulla soglia, senza attraversarla. E in questo caso, la condizione di sofferenza è la più temibile previsione. Poiché ci troviamo in tale condizione al tempo presente, speriamo in qualche modo di liberarcene nell’esaurimento del presente, che è il passato, oppure di dimenticarcene nell’approntamento di un nuovo capitolo, che è il futuro. In ogni caso la paura delle azioni da plasmare è più potente, perché sbagliare significherebbe ripiombare in una condizione presente di sofferenza uguale a quella precedente, ed è così che nascono le prigioni: quando i muri che ci circondano sono impossibili da valicare. Avere intorno dei muri di vetro da cui pensi di poter scappare, porta alla follia. Tuttavia è vero che solo per il folle è possibile immaginare di vincere i muri che lo bloccano attraversandoli, e non scavalcandoli. E l’unico modo per vincere il dolore e una prigione è passare per quei muri circondari.

Qual è la soluzione? Forse impazzire e permettere alla sofferenza di prendersi ogni singola fibra del nostro essere? Quello è un punto di non ritorno. Non puoi più assomigliare a quello che eri prima, ed è stato, in questo caso, fuit, è qualcosa di perfetto perché perfetto è tutto ciò che è compiuto. Ma c’è una piccola speranza all’orizzonte che riguarda proprio la nostra innata capacità di sbagliare, i nostri difetti, le nostre falle, gli errori. Essere imperfetti, è essere incompiuti, ed essere incompiuti vuol dire che le cose possono essere cambiate. La più grande rivincita sugli sbagli dell’umanità sta proprio nel capire che il più grande dono che abbiamo lo viviamo come una condanna. E invece è nell’essere incompiuti che si apre la promessa di ciò che sarà, ovvero del futuro.

Nell’essere imperfetto, anche il dolore trova la sua piccola scorciatoia: un dolore imperfetto è un dolore che può diminuire, e un dolore diminuito apre le braccia a una consolazione, fa un passo verso una tranquillità bramata. Nel buio le risposte sono tutte scritte a penna, non possono essere cancellate, ma bisognerebbe imparare a leggerle senza guardare. Solo toccando con le proprie mani si può plasmare ciò che è e ciò che sarà.

Dolore infectum è dolore non propriamente compiuto, e tutte le cose non compiute possono essere salvate.

Difendere questa percezione è futuro, e il dolore si lava via solo con la prospettiva di qualcosa che non si è ancora realizzata. Il momento prima del tuffo, l’attimo prima di accorgersi, quando stiamo per sbagliare, i tasti pigiati in maniera disarmonica, non assomigliare mai a se stessi, essere imperfetti.

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