La discesa della montagnola. Parte I: Come salire senza essere visti.

Dicono che nel silenzio si consumino le cose più rumorose, sono solo per le orecchie di chi sa ascoltare. E non mi sembra che tutti sappiano di cosa stanno parlando. Voglio dire, cosa stanno facendo e perché si muovono in quel modo?

Non penso di voler crescere, non voglio interessarmi al mondo dei grandi, fanno sempre un gran casino e le cose tutte uguali. A volte guardo i vetri appannati, e non riesco a capire cosa stia succedendo, le gocce di pioggia che si appoggiano mi sembrano inconsistenti. Mi piacciono le parole costruite da una preposizione semplice che fa assumere al termine il significato opposto di quello che ha. Impermanenza ad esempio. Assomiglia al lento protendere dell’autunno sull’estate. Una via di mezzo che ci inghiotte tutti e ci fa diventare una mezza misura. Conto tre passi e poi salto su una foglia secca, dovunque si trovi. Uno, due, tre: sembra molto divertente. Scrocchia come se mangiassi patatine. Mi piace fare rumore quando c’è tanto silenzio, ma non mi piace che gli altri mi guardino. Dove non c’è affollamento lì si trova l’impermanenza delle cose: una foglia schiacciata, una scarpa che affonda nel fango, un po’ di polvere sui pantaloni, il vento che scompiglia i capelli. Tutto passa da una situazione iniziale, e da dentro si trasforma in una cosa diversa. Non può più tornare ad essere ciò che era prima. E così la foglia secca sbriciolata non può tornare ad essere intera, e i capelli che il vento scompiglia non si troveranno più con quei boccoli o quei nodi posati esattamente sul collo, una ciocca che pende sulla fronte, e esattamente un unico capello a coprirti la palpebra e darti un leggero fastidio. Però una scarpa sporca può essere pulita, la polvere sui pantaloni può essere spostata nell’aria, dove nessuno la vede. Ci sono cose che l’impermanenza non può toccare, e la gente che mi passa davanti si trova sotto questo enorme tetto, ma non lo sa. Io lo vedo, lo guardo tutto il tempo e non capisco come facciano a non accorgersene.

Fanno i passi dentro i confini, fanno i passi senza uscire dai bordi. Ecco perché ci insegnano a colorare dentro le linee nere. Perché uscire dai limiti che impongono gli altri equivale a fare un pasticcio?

Mi guardano tutti, ma non vedono niente. Io invece li osservo come se fossero zebre e giraffe rubate al loro habitat naturale. A volte lancio loro un po’ di briciole, per valutare le loro reazioni, per questo chiedo un colore a cera, o il punteruolo. Sono talmente rumorosi e confusionari. Ma cosa hanno da dirsi tutto il tempo?

Non capisco che senso abbia. Mi sembra molto più facile stare per conto proprio e ridurre le interazioni. Mi piace di più guardare che parlare. Oggi mi piace stare in silenzio e allontanarmi. Domani schiaccerò qualche altra foglia, contando sempre tre passi.

Mamma mi ha detto che non devo andare dove non ci sono gli altri, così posso farmi degli amici. Però io non la ascolto mai, perché lei fa un sacco di pasticci. E io invece devo tenere le cose separate. Mi sento come quello che suggerisce le battute quando gli attori vanno in scena. Conosco a memoria la loro parte, ma non possono ascoltarmi.

Non voglio parlare con gli altri, perché sono noiosi. A me interessano delle cose diverse, e comunque delle cose che loro non capirebbero. Come potrebbero? Perdono tutto quel tempo a preoccuparsi dei colori a cera, dei punteruoli, e dei grembiuli sporchi.

Uno, due, tre, crak, uno due tre, crosh, uno due tre, cra, uno due tre crask, ero sul punto di scivolare fiuuuuu,la suola della scarpa tocca il terreno flap flaaap, crak  e sbriciolo un’altra foglia. Fluuup, lancio un sassolino che avevo in tasca, flimp, una nuova foglia si stacca velocemente dal ramo e il vento la fa cadere, cruk, poi la schiaccio, trosh, schiaccio sia la foglia che un ramoscello secco; fliiiip, un’altra foglia arancione si stacca, fhiiii, sibila il vento, cr, la foglia schiacciata a metà e la mia insoddisfazione. Grat, mi prude il cuoio capelluto, quindi mi gratto; krash, ricomincio a schiacciare correndo, krash, crosh, crak, crash, sviii, il vento, kreeep, un ramoscello e una foglia, plop, ci deve essere qualche animale nei paraggi, kra, schiaccio, pheeeew, vento, tap, scarpa, tic, uuuugh, una lucertola, devo fermarmi; uack, fa proprio schifo, wusssh, striscia in fretta; vssss, sbuffa il vento, zuuump, saltella un animale e devo essere circondato, flimp, tutte le foglie si staccano. Yipppeee, ho trovato un rifugio,  zip, tiro su la cerniera del giubbotto; crak, avanzo qualche passo cauto: crosh, cra. 

Una montagnola più o meno alta il doppio di me, sovrastava il campetto. Lì il vento soffiava più potente, si vedeva. Ma la notizia migliore è che non c’è nessuno che provi ad arrampicarsi. E non lo deve sapere nessuno. Sono finite le foglie, se la mamma trova i jeans sporchi non si arrabbierà, solo che inizierà un monologo lunghissimo che io non voglio ascoltare. Il piano è salire senza sporcarsi, e poi aspettare che finisca l’intervallo. Ma se le maestre mi vedono mi diranno di tornare a giocare con gli altri? Magari un po’ posso sporcarmi, però non devo essere visto. Cambio idea, il piano è salire senza essere visti perché è più importante che il mio posto sicuro rimanga nascosto ai bambini della scuola.

Scivolo basso, con le ginocchia sul terreno e i palmi delle mani piantati in terra. Proseguo gattonando, poi mi spalmo completamente sul pendio di quella montagnola, perché passa un trio di simpatici chiacchieroni che mi chiederebbero cosa stia facendo. Aspetto ancora, e lo slancio è il mio salto migliore.

Mi sento come Neil che fa il primo passo sulla luna. 1969, ancora una volta! Un semplice bambino questa volta è riuscito a cambiare per sempre le sorti dell’umanità: a quale pianeta apparterrà questa montagnola difficilissima da scalare? Non so come reagiranno le tv locali, ma di sicuro rimarranno tutti stupiti!

“Questo bambino è un portento, non si era mai verificata una cosa simile, come la prenderà la tua mamma?”

“Sarà molto felice, credo.”

“A chi dedichi questo grande passo per l’umanità?”

“Alla mia mamma.”

“Pensi che qualcuno ti farà un regalo?”

“Questo non lo so, ma se qualcuno sta ascoltando, vanno bene quelle caramelle alla fragola. Mi piacciono anche alla liquirizia; se devo scegliere tra le due, vorrei un sacco pieno di gommose alla fragola.”

“Lo ricorderemo così cari telespettatori. Il bambino che voleva solo le gommose alla fragola, ma intanto ha contribuito a una scoperta incredibile. Per oggi è tutto, vi lasciamo ai prossimi aggiornamenti.”

Non mi aveva visto nessuno. Ma io avevo visto tutto, e così piantai il mio sedere sul terreno mentre tiravo dalla cannuccia il mio succo alla pera. Questa era la mia giornata perfetta. E quel mezzo sorrisetto che cercava di farsi spazio, onestamente non lo volevo nascondere.

Ahà!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...