E saremo fiori stanchi.

Ci risiamo, sono di nuovo al punto di non ritorno, sono di nuovo a tirare le somme. Credo di aver sperimentato tutte le sensazioni negative che si possano provare, e all’inizio pensavo che fosse facile mollare la presa, perché l’ho mollata tante volte. Poi però, ero di nuovo lì a pensare alla soluzione, perché arrendersi e basta è il tradimento più grosso che si possa fare a se stessi. Lo rimpiangi per tutta la vita. Quanto è difficile mantenere una fiducia incondizionata nelle cose e nella propria capacità di rialzarsi! Quanto è difficile credere che in qualche modo tutto si aggiusterà! A volte è persino doloroso, perché la paura di farsi false illusioni è un pugno nello stomaco. Ma in fondo è a questo che ci preparano le cose più brutte che possono capitare. Arriviamo ad odiarci, scegliamo il sentiero più tortuoso perché non usiamo il cervello e ci complichiamo tutto, però poi, basta anche solo una persona che continua a ripetere che tutto si risolverà, e quella scintilla che abbiamo dentro brilla come un desiderio che non ha ancora avuto il coraggio di morire.

 

Spesso mi risulta poco semplice credere in me stessa in maniera totale, a volte penso che quello che sto facendo, per la gente è più un hobby che qualcosa da prendere seriamente. Che avrei dovuto studiare per trovare un lavoro vero, che sentirsi falliti e incompetenti è facile. Però poi mi parte qualcosa dentro, non so spiegarlo. Una rabbia si impossessa di me, e vorrei prendermi a schiaffi, perché la mia strada è veramente questa qui, ma per qualche ragione viviamo in un mondo che si mette d’impegno a metterci i bastoni tra le ruote, senza contare il fatto che pure noi ci impegniamo per auto-sabotarci. Ma credo che tutto accada solo per metterci alla prova, per testare quanto lo vogliamo. Quanto lo vogliamo? A volte non abbastanza, altre come se fosse l’unico modo in cui possiamo vivere. Quando avevo circa sedici anni, partecipai a una specie di competizione scolastica, in cui bisognava recensire un libro di Dacia Maraini, “Sulla mafia”. La Maraini poi venne a Rutigliano, nell’auditorium comunale, e mentre i finalisti leggevano le loro manfrine copiate e incollate, riassunti senz’anima, lei rimaneva sulle sue, a volte se ne stava girata dal lato opposto, quasi come se non le interessasse stare ad ascoltare ciò che dicevano. Poi venne il mio turno, aprì il foglio ripiegato in quattro, ma lei neanche mi guardava. Cominciai a parlare, e dopo qualche frase feci una pausa per guardarla sottecchi. Riuscì a beccare il momento esatto in cui i suoi occhi piombarono sulla mia figura impacciata. Era completamente girata verso di me, con un braccio ripiegato vicino alla testa inclinata. Mi guardava come se si aspettasse qualcosa, mi guardava come se avessi catturato la sua attenzione. Alla fine mi guadagnai quel premio per la migliore recensione, e quando tornai a casa felicissima per ciò che era successo, per il modo in cui io e la Maraini ci eravamo guardate, feci leggere la recensione a mio padre. Lui cominciò a piangere, e mi abbracciò. E non riuscivo a capire cosa avessi fatto, ma forse lui aveva capito qualcosa di cui ancora non sono pienamente convinta. Per questo non disse niente, ma si commosse. Scrissi sul mio diario segreto che quella era stata una delle giornate più belle che avessi mai passato, non perché la Maraini avesse dato qualche segno di approvazione, ma perché negli occhi del mio papà avevo visto una scintilla, perché avevo capito che credeva in me. E mio padre a stento mi diceva brava quando prendevo un voto alto, a volte non me lo diceva mai, ma non c’è stata una singola volta in cui non mi abbia fatto sentire profondamente amata, e protetta. Quando ero alta meno di un metro mi aggrappavo alla sua gamba perché con le persone sconosciute ero timida, lui era un gigante buono, non riuscivo a vedergli neanche la faccia, ma aggrappata alla sua gamba, ero al sicuro. E a causa di questo rapporto d’amore spassionato che abbiamo, credo che il mio papà abbia anche qualche difficoltà a vedermi cresciuta. Perché nonostante sia la figlia maggiore, quando sono a casa con loro, e magari esco, mi riempie di domande, mi aspetta sveglio, mi chiede dove sia andata. Cosa che con mia sorella non succede. O comunque succede in una maniera meno morbosa e assillante. Credo dipenda dal fatto che vede mia sorella più forte rispetto a me, cosa che per certi versi è vera. Perché lei tende a fregarsene altamente di tutto e tutti, riesce a essere se stessa e molto più estroversa di me. Infatti a 15 anni ha preso tutto ed è partita per l’America. Io invece sono più esposta ai colpi del mondo esterno, e anche una parola mi ferisce tantissimo. Nel periodo del liceo mi venivano questi attacchi di panico ingestibili, e andavo in iperventilazione, a volte svenivo,  soccombevo sotto i colpi della mia incapacità di gestire le situazioni che mi facevano star male, o mi creavano ansia. Che è il motivo per cui tutte le persone che ho intorno mi trattano come se dovessero sempre preservarmi, quasi per paura che una cosa brutta possa farmi soffrire il triplo. E cominciano a dire che sono troppo sensibile, che visto che sono sensibile certe cose le percepisco come se si trattasse di una questione personale, anche quando non lo è. Ma sentire vicine le persone mi permette anche di riuscire a farle ragionare. Non so quante crisi familiari abbia sventato con la forza delle parole, e di qualche lacrima sincera. Quante volte ho portato la gente a spegnere la miccia per evitare che un’esplosione inutile spazzasse via tutte le cose belle che si costruiscono con fatica. Quante volte ho portato gli altri a farsi una domanda che neanche si erano posti, e quante volte ho usato questa mia percezione amplificata delle cose e delle situazioni come la forza che nessuno credeva che potessi avere.

 

E adesso che ancora una volta mi sembra di essere indifesa, adesso che ho fatto un bel casino, o semplicemente continuo a pagare le conseguenze del casino che ho fatto all’inizio, un po’ mi odio, perché mi sembra di aver fallito, e potrei lamentarmene e compatirmi, potrei dire “Povera Maria Luisa, sciocca, chi ti aiuterà adesso, come farai?”, ma non posso passare la vita ad appassire sotto i colpi di eventi che non significano niente in confronto ciò che è davvero importante. Mio padre anche stavolta mi ha detto di non preoccuparmi di niente, e io mi sono sentita così in colpa che probabilmente mi ci vorrà un po’ per estinguere questo debito che ho nei suoi confronti, ma ho bisogno di credere nella promessa del Futuro, ché i tempi verbali ci servono per parlare, ma bisogna dar peso alle parole che si usano, e io voglio riporre tutta la mia fiducia nell’essenzialità del Futuro Semplice, perché migliorerà, perché prima che sia troppo tardi ci ricorderemo che le lacrime assomigliano solo alla rugiada che al mattino si posano sui petali, come gote rossastre che temono il freddo. E l’aver lottato per affermarci, l’aver lottato per qualcuno, l’aver lottato per essere se stessi potrebbe affaticarci, però io credo che se proprio dobbiamo stare a questo mondo, tanto vale confidare nel fatto che le cose belle possano trovarci, tanto vale abituarsi a sorridere anche quando le difficoltà paiono insormontabili. La bellezza dell’umanità sta proprio lì, possono capitarci le cose peggiori, le più improbabili, quelle che mescolano la rabbia e il dolore, e ci sbattono in faccia tutta la ferocia del mondo, la geometria contraria al nostro pensiero, e alla fine ci forzano a mostrare tutta la nostra potenza. E la forza non è mai una questione di numeri, non è un fuoco d’artificio, non è un’esplosione e non fa tanto rumore. Si riesce a vedere solo quando si fa tanta attenzione. È una cosa piccolissima, quasi indifesa, come i primi boccioli della primavera, come le margherite che fioriscono anche d’inverno tra le fenditure dell’asfalto. Per questo prima della fine, dopo aver passato il tempo a credere di non essere abbastanza, dopo aver pensato che nessuno potesse vedere qualcosa in noi, però sempre resistendo, sempre guardando dalla parte in cui il sole sorge, ci accorgeremo di essere stati fragili e invincibili. Ci ritroveremo un po’ più vecchi, con qualche cicatrice in più, e andrà bene così. Perché dopotutto il più temuto compagno di percorso, il futuro, avrà mantenuto la sua promessa. E saremo fiori stanchi, ma vivi.

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