Non lo ripeterò.

Avevo scritto una cosa, poi il pc si è spento e ho perso tutti i dati, per fortuna ero riuscita a registrare le parole, quindi stavolta si può solo ascoltare, oppure si può far finta di niente, infatti non lo ripeterò:

https://drive.google.com/open?id=0B66196Ot6VVJQXozWFIzQ1hsUDhlSlBBUDhfQTBzTmgyM0ZV

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2 pensieri riguardo “Non lo ripeterò.

  1. Ciao Maria Luisa, mi viene da ridere perché ti sto inviando un testo che non devi pubblicare sul tuo blog! Ah ah ah ah, ok, ora ti dico, ho trascritto il testo del tuo file sonoro, così potrai utilizzarlo nel caso ne avessi necessità. Ovviamente riguardalo attentamente che sicuramente vi saranno errori di battitura e di “comprendonio”, inoltre la punteggiatura – ovviamente – è tutta scazzata.
    Compliimenti per il testo, mentre ti ascoltavo e lo trascrivevo mi hai fatto venire in mente Dino Campana per la liricità e la visionareità delle immagini.
    Ciaooooooooo

    Chiudere una porta ci dà l’impressione di essere al sicuro, non ci troverà nessuno nel fortino di delusioni semipallide che si sono appiccicate ai muri, dove il sole tramonta senza sfumature, sui muri fatti di cuori, di pietra, messi in bella mostra, come un vademecum che però non puoi portare da nessuna parte, che usi solo per rammentare i volti di quelli a cui hai detto di no, perché un cuore è il volto che ricordi quando tutto finisce, che la fine delle cose è solo ciò che ti rimane tutte le volte e nella decadenza del Solstizio d’Inverno ti accorgi che pure le foglie continuano a cadere così ingiallite e stanche, come una pioggia dorata lievissima. Mi sono rannicchiata pure io nei miei posti introvabili. Abbassavo sempre la tapparella della finestra perché non volevo fare entrare la luce, però rimanevo in silenzio, dato che se qualcuno comincia a sentire la tua voce si delinea la possibilità di disegnare un percorso per trovarti, e le strade finiscono sempre su qualche cartina. Così la geografia delle tue fughe si trasforma nella geografia di una speranza che buca le tapparelle laddove il buio non ha sostenuto la battaglia, e alla fine si è arreso alla probabilità che la porta fosse chiusa male. La speranza, come raggio ultravioletto e poi la speranza come spiffero freddo che si insinua lungo le bordature di un quadro senza cornice poggiato per terra, come le cose che si dimenticano, e quando la stanza si illumina riesci finalmente a riconoscerlo e nelle mani senti la gelida occasione che si dipana sui rebus che prima sembravano problemi insormontabili. Lo spiffero diventa vento e l’aria che spira risolve la situazione, smuove le rocce nel terremoto della consapevolezza quando finalmente intuisci che persino il muro portante non riesce a scaricare a terra il peso delle strutture che adesso si appoggiano, perché ci avevi addosso tutta quella rabbia, tutto quel risentimento, tutta quella paura, non c’era una strada giusta, ma solo viottoli costellati di ghiaia e fango, sentieri bloccati da ansia e apatia, ostacoli che non si vedono, ma che riescono a farti tornare sui tuoi passi. Così, in una di quelle giornate che sembrano non portare a niente, in uno di quei giorni sfornati con lo stampino, una crepa compare proprio lungo la superficie liscia delle tue convinzioni e continua a crescere. Lo spiffero di nuovo si insinua tra i fili de capelli e il sistema non è più isolato. Poggi la mano per sostenerti, ma finalmente quel muro crepato e logoro del tuo passato crolla. Finalmente… finalmente quel fortilizio in cui ti sei rintanato a vita per sfuggire al mondo diventa solo un edificio decadente e polveroso, e tu, unica statua ricoperta dall’edera della tua codardia provi a liberarti dai nastri resistenti di quell’immobilismo sfortunato, ma non ci riesci. Per questo rimani imprigionato in te stesso nonostante il perimetro circondario sia solo una paura franata, e nell’inatteso retrocedere dell’ottimismo ti è rimasta solo una voce per ricucire i passi che hai messo per scappare. Ti è rimasta solo una voce per delineare la strada che porta a te. Chiedi aiuto, tu chiedi aiuto, chiedi che per favore cessi quest’agonia, chiedi che si esaurisca questa maledizione in cui vivere a metà è l’unico modo in cui riesci a vivere. Supplichi te stesso di muovere le gambe, di muovere le mani, di muovere la testa e voltarti, che forse, quel castello fortificato non era poi così isolato, e finalmente lo vedi, un agglomerato di timori, inerzia si erge a pochi metri da te, un altro fortilizio più vecchio e resistente faceva ombra a quello che avevi costruito tu. Una di quelle strutture che non si possono buttare giù con qualche folata di vento.
    La pianta stanca decanta una melodia ambigua che dice che non si staccherà, che dice che non cesserà di stringersi come un cappio attorno al tuo collo, e i tuoi occhi non sono abituati a tutta questa luce, a tutta questa libertà di scegliere, ma le tue mani sono come dilatatori in carne, fingono di avere la forza necessaria per allargare la morsa che ti blocca nel cantuccio fatato della tua incongruenza, della tua ambiguità, della stonatura, della paura, della pura parsimonia che paventa la dispersione, la divisione di un punto di vista; ma sbatti i piedi sul terreno e scalpita la pianta dell’appoggio, scalpita come gli zoccoli de cavalli del vate nell’inverno del tuo cuore, scalpita il battito al ritmo della tua rabbia, scalpita con la speranza, le crepe, i muri schiantati, i muri precipitati, i muri inutili in cui hai confinato la bellezza del plasmare. Così, nell’arido avvenire della terra de codardi ancora una volta puoi gridare che finalmente l’avverbio di tempo è sopraggiunto per incorniciare la tempistica della tua ribellione e si è infilato come una lastra sottile affilata nel terreno, perciò tu scalpitando continui la fenditura che si è creata nel suolo e che divide il mondo che è stato dal mondo che sarà, fino a quando quella grossa apertura nella terra imita lo strappo nel cielo di carta di Luigi per contrapposizione e si fa deportanza affinché il solco profondo aderisca alla superficie, che ogni carico immobile ha bisogno della sua componente aerodinamica, che ogni volta in cui il piede scalpita per liberarsi la voragine si fa più infossata e raggiunge, nel giro di un sospiro, il grande castello che abitava assieme al tuo nella valle delle cose incompiute e distrugge in un battito di ali di farfalla una paura che chi si era nascosto lì dentro stava solo aspettando il terremoto giusto, e a causa della sua disattenzione aveva lasciato la porta socchiusa, che chi si era nascosto là dentro alla fine ti ha visto, e dal suo nuovo perimetro diroccato e decadente di viltà e inadeguatezza ha sorriso perché finalmente hai liberato anche lui, perché la libertà è essere esposti alla luce della speranza e camminare sulle voragini della propria angoscia per salvare qualcuno, perché salvare qualcuno è l’unico modo per salvare sé stessi.

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