Per salire su un palco, bisogna scendere dal piedistallo.

Ovviamente non ho ancora preparato il discorsetto che devo fare domani durante la premiazione. Quando mi hanno chiesto di valutare le parole degli altri ho accettato subito perché dovevo rimanere dietro le quinte, poi all’improvviso mi sono ritrovata a dover pensare a come salire sul palco del Duse di Bologna, per parlare davanti a delle persone che non conosco. Solita storia. Ci sono io che devo farmi ascoltare, devo trovare qualcosa da dire, e lasciare il tempo agli altri di capire, e poi alla fine tirare un sospiro, non so se di sollievo o di resa, e ricominciare da un’altra parte. Qualche volta mi pare di assomigliare a quegli agricoltori dei secoli scorsi, che dopo le razzie dei barbari, che bruciavano il terreno per impedire a nuovi raccolti di presentarsi, cercavano a tutti i costi di recuperare qualche speranza, e si ostinavano a seminare laddove chiunque aveva detto che non si sarebbe potuto raccogliere più nulla. Io dissemino qualche parola, perché mi sembra di riuscire a vederle, le parole, non solo a leggerle, ma proprio a vederle senza averle propriamente davanti a me. E così mi immagino i fianchi scoscesi della seconda parte di una esse maiuscola, che scivolano come il suono che emette, scivola se il suono è della fricativa postalveolare, e sibilia come un serpente pronto ad attaccare quando è una fricativa alveolare sonora. Qualche lettera ci fa toccare il baratro con fondo concavo, succede con le u, che un po’ di paura la fanno, ma sempre incupendoti il giusto. Peché nella vita bisogna anche sapere quando è il momento per farsi intimorire, altrimenti non si può dare il giusto peso a ciò che ci capita. Le gi invece sono come tanti ganci su cui appendere qualche giustificazione, e anche qualche giro di perlustrazione, che comunque per disegnarle devi far girare la penna per ben due volte, ma le a, le a, sono sempre in cima, in cima al triangolo vocalico, e in cima all’apertura, si aprono, ci aprono e ci legano con quella gambetta quasi invisibile che pare un braccio che si allunga per dar senso alle parole.

Però sceglierle è difficile, perché non sempre ci si può affidare alla casualità e all’istinto. Le parole sono i nostri pensieri che prendono forma, sono la voce che a volte diamo a ciò che proviamo, che altrimenti rimarrebbe solo una sensazione. Le parole sono come il trasporto pubblico, e portano significati avanti e indietro tutto il tempo, ma non sempre funzionano bene, perché noi che ci saltiamo sopra come se nulla fosse, sbagliamo la fermata, e ce la prendiamo con le parole degli altri, e diciamo che non era giusto ciò che ci hanno detto, e diciamo che non vogliamo più parlare con nessuno, e diciamo che le parole non servono a niente, e sprechiamo le occasioni.

Io, sin da quando ero piccola mi sono sempre barcamenata tra un lato del mio carattere e la sua esatta contraddizione. Per esempio le maestre dicevano a mia madre che avevo questa propensione ad essere leader, in realtà mi piaceva semplicemente avere la situazione in mano. E così all’asilo decidevo i giochi da fare, e alle elementari fondavo club segreti in cui poteva entrare solo chi mi stava simpatico. Per molti ero una bambina antipatica, e come dargli torto? Quando la maestra Filomena leggeva i tuoi testi davanti a tutti, e li faceva girare per le classi, o ti chiamava in direzione a leggere la poesia di Natale all’altoparlante, era semplice pensare: “Perché sempre lei, e io no?”, lo avrei pensato anche io se non fossi stata quella bambina. Ma d’altra parte non avevo sempre questo bisogno di impormi sugli altri, sapevo discernere, e cercavo spazio per starmene per i fatti miei. Quando andavamo in vacanza in qualche villaggio, mi rifiutavo categoricamente di partecipare al mini club, perché non mi serviva conoscere nuova gente; e poi non avendo né cugini della mia età, né fratelli e sorelle, nella prima parte della mia vita giocavo spesso da sola, parlavo con le bambole, mi chiudevo nel bagno grande per fingere di avere un negozio di scarpe, disegnavo i vestiti che volevo sui quaderni a quadretti, prendevo il sole sul terrazzo ascoltando l’audiocassetta della Sirenetta con un litro di thè freddo a portata di mano. E poi scrivevo tante cose inventate, perché era il mio modo di crearmi un mondo su misura. E di mondi me ne sono creati tanti perché la realtà non bastava mai, anche se me la cavavo, perché ho imparato molto presto ad adattarmi, non c’è stato mai un momento in cui la realtà ha atteso tutte le mie aspettative, ma crescendo ho scoperto che la vita, in generale, non esaudisce mai i tuoi desideri. A meno che non sia tu ad importi su di lei per urlarle che ti deve qualcosa, e che tu andrai a prendertela.

Non ho mai avuto paura di fare le cose da sola, ma di rimanere da sola sì. Mi ricordo molto bene il momento del passaggio dalle elementari alle medie, tutte le amiche che avevo sarebbero andate in Centrale, e io invece avrei frequentato la Succursale perché era vicino casa mia allora. Avrei ricominciato in una classe in cui non conoscevo nessuno, ed era proprio questo a spaventarmi, il dover ricominciare: non sapevo se le nuove persone che sarebbero entrate nella mia vita sarebbero state disposte ad accettarmi, o se avrebbero pensato che sono solo una bambina antipatica che cerca a tutti i costi di primeggiare. E infatti la vigilia del primo giorno di scuola, la passai a piangere sul letto, mentre dicevo al mio papà che mi sentivo sola, che non avevo più amici. Il giorno dopo incontrai Cristina. E quello fu il giorno in cui, per qualche strana ragione, la vita esaudì un mio desiderio. Lei era un’estate calda e dorata, e io un inverno pallido e malinconico. Non avevo mai avuto una vera amica prima di Cristina, qualcuno con cui poter essere me stessa, e a cui poter confidare tutto, letteralmente. Così, quando alle medie una mia compagna scrisse un testo su di me, che lesse davanti a tutti, in cui mi dipingeva come un mostro alias cocca della professoressa, io avevo la mia difesa personale. E le parole della gente, facevano meno male. Avere qualcuno che davvero mi capisse senza star troppo a tergiversare e a spiegare, mi ha salvato la vita tante di quelle volte che non so se me la merito una persona così.

Il giorno prima degli esami di terza media invece, passai tutta la serata a lamentarmi con lei, perché ero spaventata dalla commissione, e sapevo di dover affrontare quella cosa da sola. Non volevo deludere i miei genitori, ma non volevo deludere neanche me stessa. Mi misi un paio di scarpe alte, ero vestita malissimo, ma ancora mi ricordo come: pantaloni bianchi e polo gialla. Uscì dall’aula d’esame ridendo, perché era stato fin troppo facile parlare davanti a delle persone che erano lì per giudicarmi. Alla fine prendemmo 10 solo io, Cristina, e quella che aveva scritto il testo per screditarmi. Ricordo che alla prova di Matematica, io e Cristina ci dividemmo il compito a metà, e ci fomentavamo a vicenda perché ci definivamo cervello genio: era dato dalla somma dei nostri cervelli, perché solo insieme riuscivamo a risolvere i problemi.

Io ho passato tutta la mia vita a cercare di raggiungere sempre i risultati più alti, e nella mia testa, mi è sembrato fosse tutto giusto. Diciamo che buona parte di questa mania, è dipesa dai miei genitori. Non me ne lasciavano passare una, e non starò ad elencare tutte le pagine che mia madre mi ha strappato perché dovevo avere la scrittura perfetta, cosa che poi con mia sorella non è successa. Ecco, io ho sempre avuto l’impressione che i miei si aspettassero qualcosa in più da me, che agli altri fosse concesso sbagliare, o non raggiungere il massimo, e invece a me no. Io dovevo essere la figlia perfetta, la studentessa perfetta, il modello perfetto, quella di cui vantarsi con i genitori degli altri. E infatti, una volta, quando presi un brutto voto, e i professori lo specificarono ai miei durante un colloquio, mia madre tornò a casa arrabbiatissima, e poi piangendo mi disse: “Non puoi farmi questo, non tu, tu sei troppo intelligente per fallire così”. E mi ha caricato con qualche parola, di un peso che non ero sicura di poter sostenere. Perché io ho sempre avuto i miei cazzo di limiti, e poi, dopo aver passato tutta la mia vita a prendere sempre il massimo, il massimo in pagella alle elementari, il massimo agli esami di terza media, e quasi il massimo alla Maturità (96 è stato il voto più pesante che mi abbiano mai dato, e il bello è che i miei erano super contenti, ma io no. Questo è il mostro che hanno generato), ho deciso che era arrivato il momento di fare le cose a modo mio. Tutti i miei migliori amici, dopo aver fatto il Liceo Scientifico Ilaria Alpi, hanno preso Medicina. E da qualche parte dentro di me, continuo a pensare che i miei avrebbero voluto che la facessi pure io, ma per fortuna non mi hanno mai imposto nulla. Così ho preso Lettere, pur essendo circondata da persone, che diciamolo molto chiaramente, considerano ciò che faccio una cazzata. Quando sono tornata a casa, ho incontrato una mia ex capo scout che mi ha confessato: “Io ammiro chi sceglie di fare le facoltà umanistiche, avrei voluto farlo anche io, ma poi considerando che non c’è niente dopo…”. E io sono rimasta in silenzio, mentre lei continuava a dire “Ma tu sei una figlia di puttana, sicuramente troverai un modo, sei brava ad “impistare” (e qui cito, gergalmente vuol dire prendere in giro gli altri, per portare la situazione in tuo favore) con le parole.” E onestamente non so cosa mi abbia offeso di più, se l’aver sminuito la mia scelta di studi, oppure l’aver detto che siccome sono brava a parlare, e a fare i discorsi, in un modo o nell’altro riuscirò a cavarmela nella vita. Comunque è vero, non sto rinnegando il fatto che mi basti leggere una volta una roba, senza stare a ripeterla cento volte, per intavolare un discorso. Ho usato questa scorciatoia parecchie volte, pure durante gli esami universitari. Mi ricordo molto bene che il professore di Letteratura Moderna e Contemporanea mi fece una domanda su della dispense che io non avevo nemmeno letto. La domanda era su Calvino. Per poco non scoppiai a ridere. Accavallai le gambe, lo guardai dritto negli occhi, e nella mia testa pensai :”Davvero questo pensa di mettermi in difficoltà facendomi una domanda su Calvino?”. E cominciai a parlare così velocemente, e per così tanto tempo, che poi alla fine si dimenticò quello che mi aveva domandato. Una ragazza, che aveva assistito all’esame, quando finì, mi guardò e mi disse, “Brava”. Ed è proprio per questo che ho scelto di fare ciò che ho scelto di fare, le parole, i discorsi, i libri, perché avevo bisogno che tutti gli altri vedessero che non sono una cogliona sprovveduta. E non perché sapevo riportare una lezione scritta sui libri, così come avevo fatto durante tutta la mia istruzione. Io avevo bisogno che la gente vedesse con i propri occhi la mia passione, il mio tormento, la mia insoddisfazione, il bisogno di credere di non essere mai arrivata. E queste sono tutte cose che non si possono insegnare, perché o ce le hai dentro e le coltivi a dispetto di tutto quello che affermano gli altri, oppure le fai morire. Così sono arrivata a fare tutte queste cazzate, così sono arrivata ad avere il lusso di valutare le parole degli altri in un concorso letterario nazionale a vent’anni: perché ho sempre creduto che questa fosse la strada giusta per me. E per questo domani salirò su quel palcoscenico, per me stessa. Lo so che suona molto come una sviolinata in favore di se stessi, che tutto quello che ho scritto pare scritto per osannarmi. In realtà l’ho scritto per perdonare me stessa per essere stata una persona che credeva di aver solo bisogno di approvazione e di essere osannata. Era il mio meccanismo di difesa, perché se fai paura agli altri per quanto bene riesci nelle cose, ti sembra di essere invincibile. Ma alla fine cadi, perché tutti cadono, e perché la perfezione non esiste! (Questo è ciò che mi disse un’assistente dagli occhi blu quando rifiutai un cazzo di 27 in Linguistica. Ed è una lezione che ho imparato perché mi sono fatta male da sola, auto-sabotandomi, spingendo per avere sempre di più, aspettando quattro mesi per rifare un esame in cui alla fine ho preso 29, senza essere soddisfatta). Bisogna rivedere le priorità, rivedere la considerazione che abbiamo di noi stessi. Per risalire ci si deve perdonare, e io ho bisogno di perdonarmi tutte le volte in cui ho voluto essere e fare troppo per la paura di sentirmi una fallita, una buona a nulla, una inferiore a tutti gli altri. E domani voglio dire questo:  non conta un cazzo fare qualcosa perché ti è stato imposto da qualcuno se poi non sei appagato. Non conta niente usare le parole, e usarle male. Perché il dono più grosso che ci è stato fatto è proprio la possibilità di comunicare: diciamo che la magia non esiste, che non esistono i miracoli, e non ci rendiamo conto che invece le magie e i miracoli possiamo farli proprio con questi strani segni che cambiano in continuazione. Quando usiamo le parole per cambiare noi stessi, e poi proviamo a migliorare chi ci sta intorno. Quando insinuiamo un dubbio o una riflessione, oppure quando facciamo un discorso per raccontare chi siamo, con un minimo di presunzione, per dire quanto abbiamo faticato per arrivare dove siamo arrivati. Quando buchiamo l’universo perfetto che ci siamo cuciti addosso per far confluire le frasi, i periodi, le dislocazioni a destra e sinistra, lo scritto, il parlato, la percezione, gli sguardi di apprensione e l’insensibilità altrui, nel mondo reale, e trasformiamo la rabbia in un combustibile, il dolore in una possibilità, la paura in un trampolino di lancio, e il coraggio in azione, possiamo vincere tutti. Quando cominciamo a vedere le parole, le parole non sono più solo parole, le parole diventano storie, e quelle storie in effetti siamo noi. Le parole sono le persone che siamo, quelle che vorremmo diventare, quelle che siamo state. Iniziare a vedere le parole, vuol dire iniziare a vedere le persone che ci circondano. E se parlarci e parlare a tutti significa vedere finalmente con gli occhi sgranati e il cuore aperto che non si vive per accontentare gli altri, ma per essere afferrati da un’emozione, da un fallimento, da un’impressione, da un successo, da una verità scomoda, dagli eventi che cambiano e si modificano alla velocità della luce, allora alla fine riusciremo anche ad afferrare e a vincere la corrente, a vincere il mare in tempesta che assomiglia a tutti i no di quelli che non credevano che a una storia insignificante saremmo riusciti ad appiccicare il nostro nome, senza chiedere il permesso, ma urlando tutto il tempo, come dicevano i latini, fluctuat nec mergitur, che letteralmente è subire l’infrangersi delle onde, ma non affondare.

 

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