Il Mangia Peccati.

Detesto quando gli altri mi leggono dentro senza chiedermi il permesso, soprattutto perché sono io che lo faccio tutto il tempo, e non accetto che qualcuno mi rubi il ruolo che tanto faticosamente mi sono cucita addosso. Oggi mi sono svegliata con le peggiori intenzioni, per prendere il sopravvento su determinate situazioni e la loro anacronistica follia. Intanto ho incontrato Gianluca, che qualche giorno fa ha perso suo nonno, e visto che è mio amico, volevo sostenerlo un po’. Da quando è successo, non ho fatto altro che chiedergli come stesse, e ogni volta mi rispondeva che stava bene, che poteva gestirla, che aveva pensato al certificato di morte, al funerale, alle esequie, e andava bene così. Quando l’ho visto, proprio questa mattina, mi sono resa conto che non stava mentendo, che l’aveva presa davvero nel miglior modo possibile. Mi sono sentita quasi inutile, ma lo ascoltavo. Mi raccontava questi aneddoti divertenti su Giovanni, suo nonno, e io condividevo con lui la leggerezza che cercava disperatamente in quegli avvenimenti. Così ho capito che il dolore si manifesta in tanti modi, e persino una risata fragorosa può far da colonna sonora a una certa sofferenza latente. Per ogni volta in cui sei stato felice con la persona che hai perso, il peso della sua assenza si accentua, così parlando dei suoi difetti e dei suoi pregi scherzandoci su, tu piangi e non se ne accorge nessuno. Sono lacrime invisibili, le più difficili da riconoscere, sono nascoste dentro bocche spalancate e occhi socchiusi che singhiozzano mentre tu capisci che c’è un momento per parlare e rassicurare e un momento per dare all’altra persona ciò di cui ha bisogno. Spesso prendere parte alla recita che ha messo su per sentirsi al sicuro è un meccanismo in cui devi entrare per aiutare. E aiutare qualcuno non è mai un atto di egoismo, pensiamo, ma quando abbiamo bisogno di aiutarlo per rimetterci in sesto la coscienza, perché ci hanno insegnato che le buone azioni possono salvarci l’anima, è egoismo. Non lo facciamo per gli altri, lo facciamo per noi.

Nel mio caso però, un’attenta buona condotta mi ha portato ad avere la coscienza pulita. Non pura, ma quantomeno presentabile. Ho sbagliato di meno, l’onestà è stata premiata con altra onestà, e quindi non dovevo aiutarlo per sentirmi meglio, volevo aiutarlo perché lui aveva bisogno di piangere il suo dolore nel modo che riteneva più opportuno. Però poi è apparsa la verità, e non la stavo neanche cercando. Gianluca l’ha fatta rimbalzare contro la mia faccia come uno schiaffo. Mentre lasciava scorrere il suo flusso di coscienza, si è interrotto e mi ha guardato dritto negli occhi:

-Tu sei una Mangia Peccati.

Io lì per lì non capivo, e non ho risposto.

-Sai chi era?

Gli ho risposto che non lo sapevo, e allora lui, improvvisamente serio, ha cominciato a spiegarmelo, e chiaramente parlava per metafore. Mi diceva che anticamente, soprattutto nei paesini più chiusi, si imbandiva la salma del defunto posizionando sopra il suo petto o la sua pancia, pane e altri alimenti, che poi una persona, il Mangia Peccati, avrebbe consumato. E consumandoli lavava via i peccati che la persona deceduta aveva commesso in vita. Era un modo per salvargli l’anima, ammesso che ne avesse una. Mentre parlava, i miei occhi si coloravano di lacrime, si riempivano come una valle che era stata arida per tanto tempo. Non volevo ascoltare ciò che aveva da dire, perché non eravamo lì per me, ma lui non si fermava. E quella verità che si faceva spazio tra una tazza di caffè e l’acqua minerale ormai aveva centrato il suo bersaglio. Aveva detto qualcosa di cui non mi ero resa conto, e che facevo e faccio istintivamente senza neanche chiedere nulla in cambio, perché i Mangia Peccati per sporcare la propria anima almeno si facevano pagare. Tu sei una Mangia Peccati, mi ripeteva. Ed è sbagliato, perché ti fai carico dei pesi degli altri, perché credi di poterli sopportare al posto loro. E carichi, carichi come se niente fosse facendo finta che la tua anima, quella per cui ti prodighi incessantemente, possa reggere la massa delle mancanze delle altre persone. 

Allora ho distolto lo sguardo. Non piangere, mi ha detto, e poi ha cominciato a ridere per allentare la tensione, e ho sorriso anche io, perché non potevo piangere davvero in un luogo pubblico, e perché lui mi aveva appena insegnato a manifestare il dolore senza che nessuno se ne accorgesse. Ho sorriso asciugando quelle valli desolate dei miei occhi bui. E sono ritornati ad essere pozzi profondi in cui cui nascondo i peccati degli altri. Dopo un po’, l’acqua e la ruggine li corrodono, e pian piano è come se diventassero di mia proprietà. Tutto il lavoro che faccio per fare la scelta giusta, e dire le parole giuste, e mantenere contegno e morigeratezza, è sperperato nella disattenzione altrui. Me li prendo tutti i peccati degli altri, e così la mia coscienza si fa pesante e logorata. Allora corro da qualcuno che ha bisogno di essere aiutato, e gli offro la mano, la spalla, la voce, gli occhi, e un punto di vista. Ma i peccati degli altri, anche se un po’ mi appartengono perché li custodisco, non possono essere cancellati, perché non sono io che li ho commessi.

Peccato è una parola molto ampia che è stata largamente bistrattata in ambito religioso, ma in realtà identifica una mancanza. I peccati sono le nostre mancanze. Peccare è venir meno, non un modo per offendere un Dio la cui esistenza non è provata. Quando li commettiamo, manchiamo di rispetto a noi stessi, perché escludiamo a prescindere la possibilità di poter essere meglio di ciò che siamo. Ma la colpa più grossa di cui ci si può macchiare, è peccare lasciando che quella mancanza sporchi anche l’anima di qualcun altro. Perché si può scegliere di fare del male a se stessi, e questo è accettabile, ma scegliere di fare del male agli altri con consapevolezza, è meschino.

Io da tempo immemore, raccolgo tutto il male che la gente mi fa, e me lo mangio. Oggi una persona se n’è accorta, e per un momento, un momento soltanto, è stato come aprire una porta e lasciar fluire aria consumata e marcia. Ho visto cosa c’era in me attraverso gli occhi di qualcun altro. Non è stato bello, però è stato vero. E io la verità me la porto dietro insieme ai peccati, perché quando si accumulano e si muovono come prigionieri che vogliono disperatamente fuggire, la mia verità urla loro di fare silenzio, perché il fatto che abbia dato loro una casa dentro di me, non vuol mica dire che io debba diventare i peccati che custodisco. Per certi versi, contenere sia il buio che la luce, ti permette di aver sempre chiara la qual è la strada da percorrere. E di capire che in fondo, mangiare i peccati degli altri è l’unico modo per essere certi che non potrai commetterli. Se poi qualcuno se ne rende conto, allora il buio perde la sua partita, e si disperde come uno sbuffo di pece. Per contenere il dolore, bisogna essere disposti ad accogliere la luce.

Io quella sofferenza, non l’ho persa, però finalmente l’ho vista. E ora che so dove si trova, posso affrontarla.

 

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